La visita medico-sportiva – Diario Master #2

3 minuti

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Dopo cinque ingressi in piscina le scappatelle in vasca diventano allenamenti. La cosa è diventata seria.

La prima puntata la trovi qui.

Istruzioni: leggere. Quando c’è da schiacciare play, schiacciare play.

“Non farò mai le gare Master” è una frase che ho ripetuto a tutti coloro che, poco dopo che avevo smesso con l’agonismo, mi invitavano a non abbandonare di netto il mondo del nuoto. “Se non riesci a fare qualche vasca ogni tanto perché ti annoi iscriviti ai Master”. Io rispondevo che non avevo alcuna intenzione e che ero stato abbastanza in acqua da capire che per un pezzo non ci sarei rientrato con regolarità, figuriamoci per una competizione.

Sono a metà del mio abbonamento da dieci ingressi. Sono quasi tre settimane che vengo in questa piscina e ho imparato alcune cose: il bagnino è veramente scorbutico, innanzitutto. La scorsa settimana sono venuto a nuotare nonostante la mia squadra stesse giocando in Europa League. Prima di entrare in vasca ho visto lui con le cuffiette nelle orecchie e, anche per fare conoscenza, gli ho chiesto se stesse ascoltando la radiocronaca della partita. Non la stava ascoltando, anzi, mi ha fatto capire che il calcio per lui è uno sport per quelli che in realtà non amano lo sport. Non come quelli che fanno nuoto, seriamente, o il rugby, o l’atletica. E me lo ha fatto capire senza aprire bocca, ma con una faccia a metà tra lo scocciato e il disgustato.

Entro in acqua e nella testa parte questa:

In un verso di questa canzone è racchiuso il senso di come io tendo a prendere ogni cosa: you’re a shark and I’m swimming. Tu (cosa che sto facendo) sei uno squalo e io (io) sto nuotando. Sei pronta a sbranarmi e farmi a pezzi, ma vediamo come va. E con questa aria di sfida verso il nuotare inizio l’allenamento. Dopo un po’ mi rendo conto che sto facendo la prima serie sostenuta da quando ho rimesso piede in piscina. Niente di che, 8×50 partendo ad un minuto. Una serie piuttosto tranquilla, ma si tratta dell’anticamera del ritorno alle gare.

Ci aveva sempre pensato mia madre alle procedure per la visita medica per l’idoneità all’attività agonistica. Giuro, non sapevo da che parte iniziare, ma ero motivato ad arrivare fino in fondo. Quindi contatto il mio ex allenatore, gli comunico la scelta di tesserarmi per partecipare al circuito Master e lui mi invia un messaggio vocale in cui ride, e basta. Gli chiedo di inviarmi anche il modulo per richiedere l’appuntamento per la visita medica, e lui mi invia un messaggio vocale in cui ride, e basta, un’altra volta. Poi capisce che faccio sul serio e mi dà due dritte.

Il giorno della visita sembra il giorno della gara. Ho stampato tutto quello che serve. Ho fatto anche pipì nella provetta. Mi presento al bancone della clinica con la mia urina e la mia rinata voglia di fare le gare.

“Tutto fatto, si accomodi e aspetti la dottoressa”.

Dopo un po’ viene la dottoressa a prendermi e mi guida nella stanza adibita alla visita: è tutto lì dove lo avevo lasciato, otto anni fa. Il lettino, la bilancia, lo scalino. Dopo le domande di rito mi fa spogliare e guardandomi storce la bocca. Oddio, che c’è? “Speriamo non si debba fare la ceretta per gli elettrodi”. Scopro quindi che la stanza sarà anche rimasta la stessa, ma ad essere cambiato, e parecchio, sono io. Alla fine niente ceretta.

Mi fa salire avvicinare al metro e io torno alle visite del passato, quando ogni anno il dottore di turno non riusciva a misurarmi l’altezza come si deve. Ogni anno ero un centimetro più basso dell’anno scorso.

Si parte con la rilevazione sotto sforzo. I tre minuti più lunghi degli ultimi sei mesi. Mi sento brutto da vedersi, goffo, impacciato. Sbatto un paio di volte le dita dei piedi sul bordo dello scalino e la dottoressa soffoca la risata soffiandosi il naso. Mi riprende anche un paio di volte perché per salire su mi aiuto troppo con le braccia.

La dottoressa guarda il monitor e per un momento penso al fatto che ho dato per scontata l’idoneità all’attività agonistica, ma che forse troppo scontata non è. Su e giù su questo scalino penso a come sarà uscire di qui sapendo di non poter gareggiare mai più. Tipo Domenico Fioravanti, ma senza ori olimpici. Continuerò a nuotare ogni tanto, piano piano, senza sforzarmi. Prenderò il brevetto da istruttore e da allenatore. Diventerò uno di quei coach che “era un fenomeno, ma gli trovarono un problema al cuore”. Oppure farò il master clandestino, tentando ogni volta di gareggiare ugualmente, senza idoneità medico-sportiva, fin quando non mi verrà un colpo nella virata dorso-rana di un 200 misti.

“Bene, fermati. Vediamo la fase di recupero…”

Ecco, ci siamo.

“Ok. Tutto a posto qui. Vado a controllare le urine”.

Andavano bene anche quelle. Mi stacco gli elettrodi dal petto come uno che si leva la camicia di forza. Mi rivesto. Otto anni dopo, idoneo all’attività agonistica, il cielo è azzurro sopra la clinica.

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Arturo Mugnai

Classe 1990, psicologo e psicologo dello sport. Ex nuotatore, ma ancora dorsista convinto: il primo amore non si scorda mai.

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