Il ritorno in vasca – Diario Master #1

4 minuti

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Il ritorno in acqua dopo tanto tempo. Obiettivo: capire se è una cosa seria o una fuga velleitaria dalla quotidianità.

Istruzioni: leggere. Quando c’è da schiacciare play, schiacciare play, anche se la canzone precedente non è ancora finita.

Oggi torno a nuotare. Dopo sette anni di inattività e di lontananza dalla piscina, intesa come luogo di fatica, preparo la zaino. Costume, cuffia, occhialini. Ciabatte, accappatoio, bagnoschiuma. Prendo la bici. Avvio Spotify e mi avvio verso la piscina.

Quando uscì questo pezzo avevo quasi 13 anni. Era il 2003, io ero esordiente A primo anno. Popov vinceva ai campionati di Barcellona e nello spogliatoio erano due gli argomenti di discussione: la coltellata che il russo si era preso sul fianco. Non c’era Wikipedia, c’era la fantasia di chi riusciva a spararla più grossa. Venne fuori che Popov era stato attaccato dall’allenatore di un suo avversario durante un allenamento e che grazie alla velocità in acqua era riuscito a scappare dalla furia omicida dell’uomo. Unico colpo subito la coltellata al fianco. Wikipedia oggi la racconta diversamente. L’altro argomento di discussione era il Festivalbar, allora metronomo dell’estate. Tra gli ospiti di quell’anno c’erano proprio i The Root, con questo pezzo carico di allusioni sessuali.

Lego la bici ed entro nell’impianto. Di fronte a me c’è un signore sulla sessantina che mi dice che per entrare in vasca devo fare la tessera. Va bene, facciamola.

-Quanti ingressi?-

Non ci avevo pensato. Questo ritorno in acqua è una cosa seria o no? Ci penso un po’, prendo tempo chiedendo le varie opzioni. O cinque, o dieci, o venti ingressi.

-Facciamo dieci ingressi, poi vediamo-

Pago, compilo il modulo per la tessera e prendo la via degli spogliatoi. Gli armadietti sono uguali in ogni piscina: alti, stretti. Mettetevi il cuore in pace: far entrare la borsa là dentro significa distruggerla. Tolgo tutto quello che mi serve e la conficco con forza nella fessura. Chiudo l’armadietto. Niente, le ciabatte son rimaste dentro. Allora riapro, torno a far respirare lo zaino che sembra guardarmi e chiedere pietà: “non là dentro, è troppo angusto”.

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La mia immagine riflessa sugli specchi mi ricorda il tempo passato lontano da posti come questo. Massimiliano Rosolino una volta disse che i nuotatori passano molto tempo in acqua, ma tanto anche davanti allo specchio. Io mi cambiai alla svelta, per restarci il meno possibile. Certi luoghi ti giudicano, innestano sensi di colpa. Una parte di me sarebbe tornata dall’uomo all’ingresso a chiedere l’abbonamento da venti ingressi, un’altra sarebbe tornata a casa, quella sana decise di entrare nel piano vasca.

I rumori del piano vasca mi avvolgono: la musica dell’acquagym, il ciabattare degli istruttori, le braccia che affondano pesantemente in acqua. Mi avvicino al muretto scegliendo la corsia meno affollata. Ho scelto la cuffia con la bandiera russa, un po’ per Popov, un po’ per farla vedere (a chi poi?). La indosso, prendo gli occhialini e infilandomeli in testa mi rendo conto che spalanco la bocca: il gesto innaturale e spontaneo che fanno tutti e non si capisce perché. Guardando i video su YouTube delle gare internazionali mi sono accorto che  si tratta di un tic universale, probabilmente finalizzato ad allungare la pelle della faccia e fa aderire bene le lenti degli occhialini. Il fatto è che prima di partire da casa, testando la tenuta dell’accessorio inutilizzato da un po’, era successa la stessa cosa, e non dovevo certo tuffarmi. Noi spalanchiamo la bocca, e poi ci tuffiamo.

Ingresso, subacquea, bracciate confuse, ma gradevoli. Virata. Sarà la vasca più veloce di tutta la nuotata. Anche se perdi dimestichezza non dimentichi mai la tecnica. Magari non la metti in pratica correttamente, ma sai bene ancora come si fa, e riesci a capire cosa stai sbagliando e cosa dovresti correggere. La difficoltà principale del ritorno in vasca dopo tanto tempo è l’incapacità di cambiare passo, aumentare o diminuire.

Ho in testa questa canzone dei Kasabian e non mi esce dalla testa: lo sciabordio delle timide onde generate dal mio movimento aiuta il ritmo del pezzo a non abbandonare la mia testa. Ricordo gli allenamenti passati con canzoni odiose in testa. Nemmeno la fatica riusciva a fermare quell’attività cerebrale di sottofondo. E così passavo ore in compagnia di melodie insopportabili o spot radiofonici disturbanti.

Nuoto ad un’unica velocità: né sciolto, né veloce. Nuoto. Se qualcuno mi dicesse “rallenta”, non ci riuscirei. “Accelera”, figuriamoci. Non più di cento metri per volta. Un po’ stile libero, un po’ dorso. Azzardo un venticinque a farfalla, rendendomi conto dopo pochissime bracciate che sto facendo un baccano mai sentito. Più della musica dell’acquagym o del ciabattare degli istruttori. Se continuo faccio la figura del montato, se mi fermo la figura di quello che “fa il fico e non finisce nemmeno una vasca”. Pessima idea, ma decido di portarla in fondo. Non un altro metro a farfalla per i prossimi dieci ingressi. La rana non va tanto meglio: ogni volta che butto la testa sotto è come se l’acqua mi prendesse a schiaffi. Come fa Adam Peaty a non sembrare uscito da una rissa dopo una gara a rana?

Tiro le subacquee come fosse un campionato nazionale. Divento paonazzo dopo qualche centinaio di metri, eppure non riesco a rallentare; probabilmente significherebbe restare in verticale e muovere lentamente le braccia. Non oso guardare il cronometro: il primo appuntamento deve andare avanti senza guardare l’orologio, altrimenti sembra ci si stia annoiando, o che si debba andare da qualche parte. Abbiamo bisogno di recuperare questo rapporto, non è il caso di farlo di fretta.

Mille metri, quaranta vasche. Le ultime quattro, quelle sì, rigorosamente dorso a due braccia, infinite. Spruzzando verso il soffitto tutta l’acqua possibile, sireneggiando ogni tanto sul fondo, accarezzando quella striscia nera così a lungo presente nelle mie giornate fino a sette anni fa, violentemente scomparsa, ma mai dimenticata, incontrata di nuovo oggi. Tocco per l’ultima volta il muro. Mi tolgo cuffia e occhialini, immergo la testa sott’acqua e mi avvicino alla scaletta.

-Scusa…- sento sopra di me. Il bagnino mi guarda. Vorrà farmi i complimenti per come nuoto.

-Ti chiederei per favore di tenere la cuffia fin quando non sei fuori dall’acqua. Altrimenti è inutile-

Torno negli spogliatoi lasciandomi dietro quei rumori e togliendomi l’acqua dalle orecchie sbatacchiando la testa come Kitajima dopo un 200 rana. Guardo la tessera con la prima presenza segnata. Sì, è una cosa seria.

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Arturo Mugnai

Classe 1990, psicologo e psicologo dello sport. Ex nuotatore, ma ancora dorsista convinto: il primo amore non si scorda mai.

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