Siamo tutti Grant Hackett

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La solita storia a cui è ora di dire basta.

Della triste vicenda che ha colpito l’olimpionico australiano Grant Hackett c’è un’immagine che mi ha colpito particolarmente: il video in cui appare all’interno della macchina della polizia, piegato su se stesso, ammanettato. Vorrei chiamarla metafora, ma trattasi a tutti gli effetti della realtà: l’ex fondista con una carriera splendida si ritrova adesso chiuso e ammanettato dopo un episodio di violenza contro i propri genitori. Poi la fuga, il ritrovamento con la faccia tumefatta e infine il grido di aiuto.

Grant Hackett è finito in quella tremenda spirale di abuso di sostanze e depressione che sembrava aver attanagliato il più celebre Ian Thorpe. Non possiamo generalizzare in toto, ma la condizione che gli ex sportivi, di vario livello, vivono dopo la fine della propria attività agonistica, richiede una sensibilità e un’attenzione che fino ad oggi evidentemente non sempre sono possibili.

La depressione e altri disturbi psichici vengono sempre più studiati in relazione alla fine della attività sportiva di un atleta. Le difficoltà che questo incontra una volta terminata la propria carriera sono molteplici, soprattutto per coloro che non hanno avuto la possibilità di investire tempo in altre attività, come lo studio o un lavoro che non abbia a che fare con lo sport. Ciò che viene a mancare in queste circostanze non è soltanto lo sport, ma l’intera quotidianità. Si tratta di ricominciare da capo, a partire dalle semplici cose: la dieta, i ritmi giornalieri. Ma soprattutto: come utilizzo adesso il mio tempo?

Una domanda alla quale non è sempre facile rispondere, soprattutto considerando che fino ad un certo momento è stato qualcun’altro (o qualcos’altro) a dettare i ritmi e i tempi di ogni singolo giorno. Non a caso infatti, la depressione ha un’incidenza molto più accentuata tra gli sportivi: si parla di un 20%, a fronte del 6% nella popolazione generale. 

Uomini e donne dal fisico scolpito, all’apparenza indistruttibili, che però cadono sotto i colpi dello stesso sport che li ha resi così apparentemente invincibili. Il caso di Hackett va ad aggiungersi a quella lunga lista di sportivi che dopo il ritiro (ma anche durante l’attività agonistica) hanno vissuto momenti difficili. Tra i più celebri ricordiamo: Adriano, André Agassi, Marco Pantani, George Best e appunto anche Ian Thorpe.

Cosa possiamo fare? Le federazioni dovrebbero impegnarsi a veicolare un’immagine dello sport diversa da quella attuale, dove gli atleti non sono supereroi, ma persone in carne ed ossa suscettibili (anzi, più suscettibili del normale) a tracolli e difficoltà di tipo psicologico. Si dovrebbero istituire programmi di monitoraggio all’interno delle società sportive. Veicolare, infine, il messaggio che non è sintomo di debolezza quello di chiedere aiuto. Anzi, caparbio e coraggioso è l’atleta che ammette le proprie difficoltà. 

La fine dell’attività agonistica, i cambiamenti profondi, ci mettono tutti sullo stesso piano. Non si è più campioni, non conta più toccare per primi. Conta sapersi ritagliare un nuovo inizio. Al posto di Grant Hackett potebbe esserci chiunque altro e ciò non è più ammissibile.

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Arturo Mugnai

Classe 1990, psicologo. Ex nuotatore, ma ancora dorsista convinto. Si occupa di giornalismo e marketing, ma il primo amore non si scorda mai.

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