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Roma, 1 agosto 2009.
Penultima giornata del campionato del mondo.
Ai blocchi di partenza Milorad Čavić esibisce un asciugamano con stampata una lupa su cerchi giallo e rosso. Lo sventola quando lo speaker pronuncia il suo nome. Sandro Fioravanti in telecronaca commenta nell’unica maniera possibile: “Captatio Benevolentiae”.
In corsia 5, accanto al serbo, c’è Michael Phelps. Ha già vinto i 200 farfalla con il Record del Mondo. Cavic, dalla sua parte, ha già messo in valigia l’oro dei 50.
Un anno prima erano di nuovo lì, uno in corsia 4, l’altro in corsia 5, di fronte alla stessa gara. Ok, in un’altra piscina, un altro continente, ma che importa?
Non fingete di aver dimenticato come andò a finire a Pechino: ci sono professori di fisica che ancora studiano quel finale di gara e cronometri che vanno in tilt cercando di misurare la differenza tra la prestazione del serbo e quella dello squalo di Baltimora.
Take your marks.
In acqua.
Cavic, spinto dal pubblico, gira il primo cinquanta a 22.69, un metro e mezzo, forse più, sul rivale.
Io sono incollato alla televisione di un campeggio in riva al mare della provincia di Grosseto. “Non lo prendono più” è quello che pensano quelli intorno a me, è quello che penso anch’io. Fino ai 75 metri ne siamo ancora tutti pienamente convinti, ma nei dieci secondi successivi piomba il silenzio.
Phelps tocca il muretto. Si toglie la cuffia come fosse una maschera. Sale sulla corsia e guarda tutti in cagnesco. Il record del mondo di Cavic è durato 24 ore. Il muro dei 50 secondi giace in fondo alla vasca sgretolato.
Quando Cavic torna in Serbia scopre che sono stati stampati dei francobolli per celebrare la sua medaglia d’oro a Roma. Quella dei 50, ovviamente. Quella dei 100 si trova in un altro continente. E stavolta importa eccome.

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